[Il Cromlech di Bran] capitolo 1 - prologo da Dragon Island

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[Il Cromlech di Bran] capitolo 1 - prologo da Dragon Island

Messaggioda Hashepsowe » lun 19 ott 2015, 13:53

Prologo

Narrano i Bardi di Bran il Beato
le gesta eroiche e il grande intelletto,
che il capo suo, pur dal collo staccato,
donava ancora al suo popolo eletto.

Parlava la testa dal colle antico,
qual magico corvo di saggio consiglio,
con voce possente all'orecchio amico.
Là sotto alla Torre, il suo sangue è vermiglio.


Quando l'ultima nota del canto tacque, la fanciulla rabbrividì e si strinse al bel giovane che aveva accanto, il quale, subito acceso del fuoco della passione, la baciò a lungo, per poi condurla lontano dai falò di Lughnassaad e condividere con lei il Piacere. Era il tempo dei matrimoni per prova e, prima del termine delle feste in onore del sole, i due giovani strinsero il nodo di fronte a tutto il Clan per sancire le nozze temporanee.
Non fu però un matrimonio felice e prima della seguente festa di Beltane il nodo fu sciolto e i due si separarono. Ma nel grembo della donna il seme dell'uomo aveva già trovato terreno fertile e una nuova vita lievitò nel suo ventre.
Correva l'anno 6730 PA e, mentre il tempo della gravidanza giungeva al termine, il solstizio estivo si manifestò freddo e piovoso come a memoria d'uomo raramente era stato. La donna era debole e faticò molto per dare alla luce il frutto della sua effimera unione. Si trattava di un bel maschietto robusto e vivace, che fece il suo ingresso nel mondo gridando a pieni polmoni la sua sfida agli Dei del Cielo e della Terra. Reciso il cordone ombelicale, fu subito chiaro che la donna non avrebbe mai potuto allattare al seno il suo cucciolo, poiché aveva perso molto sangue e non le restavano più forze per continuare a vivere. Sentendosi ormai prossima alla fine, ella affidò il bimbo alla druidessa levatrice che l'aveva assistita, sussurrandone per la prima ed ultima volta il nome: Bran.
La druidessa si chiamava Elstred e dal momento che, a causa di un giuramento, non poteva generare figli propri, fu ben lieta di accogliere il bimbo nella sua casa in mezzo al bosco, dove lo crebbe con il medesimo amore che avrebbe potuto dare ad un essere nato dalla sua carne.
Quando venne il momento di presentare il bambino alla comunità, gli Ovati lo presero dalle braccia della madre adottiva e lo esposero alla pallida luce della luna, osservando le congiunzioni astrali che si verificavano in quell'istante nel cielo. Quell'atto simboleggiava il riconoscimento della nuova vita come parte dell'Essenza Cosmica della Dea ed era anche il momento in cui le stelle rivelavano frammenti importanti del futuro del neonato, che gli Ovati vaticinavano sotto forma di "geasa".
Il geasa è una sorta di proibizione, come un tabù che, qualora venga infranto, segna in maniera irreversibile e pesante il destino di un individuo; si tratta comunque di lezioni che il nascituro dovrà affrontare nel corso della sua esistenza, anche se cercherà con ogni mezzo di tenersene alla larga, poiché la sua vita è destinata a perdurare fintanto che egli non infranga tutti i geasa pronunciati dagli Ovati nel momento della sua presentazione alla comunità.
Il vecchio Istarion, decano degli Ovati del Circolo, pronunciò dunque un triplice "geasa" sul capo del piccolo Bran:

Un sol colpo di lancia vibra il braccio,
ma cade l'amico trafitto al cuore.
Ti sorride la Morghul nell'abbraccio,
che al nemico riserva il tuo furore.

Passo lesto e sicuro nel cammino,
sol se ramingo vaghi per il mondo,
ma la morte è in agguato nel destino
quando a casa ritorni a cuor giocondo.

Non avrà pace l'inquieto tuo spirto,
se il corpo, già dai vermi divorato,
giace nel cromlech ornato di mirto,
del tempio dagli umani profanato.

Elstred rabbrividì nell'udire le parole terribili che pesavano sul capo del bambino, ma si ripromise di fare tutto ciò che poteva per rimandare quanto più a lungo possibile il compimento di quell'infausto vaticinio.
Bran ricevette pertanto un'educazione improntata all'amore per la vita e per la natura, all'onore ed alla lealtà: la druidessa sperava infatti che il fanciullo abbracciasse la Via del Druidismo, poiché in tal modo non avrebbe avuto molte possibilità di brandire una lancia. Se il primo geasa non fosse stato infranto, gli altri due sarebbero automaticamente decaduti e Bran avrebbe potuto avere una casa, una famiglia e alla sua morte una tomba onorata.
Il bimbo crebbe forte e sano e quando la clessidra del tempo ebbe segnato dieci anni di vita, il suo corpo aveva l'aspetto vigoroso ed elegante di un fanciullo, con folti riccioli biondi e grandi occhi dorati, in cui danzava la fiamma ardente di uno spirito guerriero. Era tempo di scegliere per la vita, ma non già allo studio si volgeva il suo interesse, ma proprio a quelle armi che la madre adottiva non avrebbe mai voluto vedergli impugnare. Eppure Elstred, per quanto dispiaciuta, fu costretta a prendere atto della vera natura di Bran, che evidentemente aveva ereditato, insieme al sangue paterno, anche un carattere belligerante che nessuno aveva coltivato in lui. Fin dalla più tenera infanzia, le storie che più amava ascoltare dai Bardi erano sempre state quelle in cui si narravano gesta eroiche di valorosi guerrieri, come il mitico Bran di cui portava il nome. E quando si trattò di scegliere per la vita, naturalmente decise di diventare un guerriero.
L'unica cosa che Elstred poteva ancora fare per Bran, prima di lasciarlo partire alla volta della città elfica di Sovelis, dove avrebbe ricevuto un adeguato addestramento alle armi, era donargli armatura ed armi, ammonendolo di non brandire mai, per nessuna ragione al mondo, una lancia.
La druidessa sapeva che non lo avrebbe mai più rivisto e proprio per questo gli rivelò tutti i geasa che gravavano sul suo capo, affinchè di lì in avanti egli stesso si adoprasse per tenere a bada il suo destino. Bran ne fu molto impressionato e, prima di prendere commiato dalla madre adottiva, senza fatica promise che non avrebbe mai brandito una lancia. Ed era fermamente intenzionato a mantenere la promessa!

A Sovelis fu accolto bene e gli elfi lo istruirono nell'arte del combattimento, che Bran apprese con dedizione ed entusiasmo; ben presto, la sua abilità fu tale e tanta da eclissare quella dei suoi maestri, ma fedele alla promessa fatta alla madre adottiva, evitò accuratamente le armi ad asta e quelle da lancio, concentrandosi invece sull'uso della spada e dell'arco.
La sua arma prediletta era senz'altro la magnifica spada di ferro azzurrato che gli aveva donato Elstred: tra lui e la spada si era creato quasi un legame empatico, che faceva dell'arma una micidiale estensione del suo stesso braccio.
Quando Sovelis fu attaccata dalle orde dei Drow, Bran era ormai un guerriero coraggioso e valente e fu proprio grazie al suo eroismo se molti elfi poterono mettersi in salvo, mentre egli teneva a bada gli invasori. Re Enurien era infatti un sovrano saggio e pacifico, ma l'uccisione dei suoi due figli, nel corso delle prime incursioni Drow, aveva minato fortemente, oltre alla sua voglia di vivere, anche la capacità di guidare il popolo in battaglia. Fu dunque Bran che, con l'appoggio dei suoi maestri d'arme, assunse il comando dei guerrieri di Sovelis e tenne a bada l'avanzata dei Drow, fintanto che i profughi non ebbero trovato rifugio presso i Druidi del Circolo.
Grazie all'aiuto dei saggi, che chiamarono a raccolta tutti gli umani che abitavano nella Foresta, per far fronte comune contro l'avanzata dei Drow, gli elfi furono in grado di radunare nuove forze e muovere alla riconquista della loro bella città.
Ormai tutti inneggiavano a Bran dal Forte Braccio ed alla sua Spada Azzurrata, che si abbatteva sui nemici come la falce del contadino quando miete le spighe di grano maturo; pertanto, uomini ed elfi, di comune accordo, gli affidarono il comando della cavalleria.
Ma il Fato era in agguato e il primo geasa stava per essere infranto.
L'alleanza di uomini ed elfi ebbe la meglio sulle orde del sottosuolo e Sovelis tornò sotto il controllo degli elfi, ma i guerrieri decisero di inseguire il nemico fino a spingerlo per sempre fuori dai confini della Foresta della Dimenticanza. Molti valenti guerrieri caddero quel giorno, tra le fila degli elfi e degli uomini e ci fu un momento - un terribile momento - in cui le orde drow parvero riguadagnare il terreno perduto.
Bran si trovava nel bel mezzo della battaglia campale, alla testa di un gruppo di cavalieri, che inseguiva i drow in fuga, mentre sul fronte sinistro, il nemico era fortunosamente riuscito ad accerchiare un drappello di elfi. Non appena se ne avvide, Bran non ci pensò due volte e spronò immediatamente il cavallo, ordinando la carica e gettandosi a capofitto nella mischia.
La manovra ebbe successo ed i drow, travolti dall'impeto dei cavalieri, batterono in ritirata. Si mossero però con ordine, serrando i ranghi e seguendo una tattica ben precisa, tanto che a un certo punto riuscirono a mettere in difficoltà i cavalieri, isolandone alcuni, tra cui Bran.
La strategia drow puntava sull'effetto sorpresa: proprio quando la fanteria pareva in rotta e fuggiva apparentemente in preda al panico, all'improvviso i comandanti ricompattavano il fronte e si fermavano ad affrontare a piè fermo l'avanguardia dei cavalieri. Così avvenne che Bran fu disarcionato e perse la presa intorno all'elsa della spada, che gli sfuggì di mano. L'eroe si rtrovò così alla mercè dei nemici e sarebbe senz'altro morto, se il suo compagno d'armi Grendir, con abnegazione e grande sprezzo del pericolo, non si fosse lanciato in mezzo ai nemici per attirarli a se e smarcare l'amico disarmato.
Allora Bran, ingaggiato ormai da un solo nemico armato di lancia, fintò un movimento a destra, per poi abbassarsi a sinistra ed afferrare a due mani l'asta della lancia. I due contendenti rotolarono a terra e per alcuni minuti le loro forze parvero equilibrarsi. Poi con un grido animalesco, destinato a focalizzare ogni singola energia in quell'atto di forza, Bran strappò l'arma dalle mani del suo avversario, che, vistosi perduto cercò di sottrarsi con la fuga alla furia del guerriero.
Bran sollevò allora la lancia e si apprestò a vibrare il suo primo ed ultimo colpo con quell'arma: il geasa era infranto e la beffa non tardò a manifestarsi nel petto squarciato di Grendir che, non essendosi avveduto del vantaggio di Bran, si era proprio in quell'istante gettato tra i due contendenti con l'intento di dare manforte all'amico.
Quando le truppe elfiche raggiunsero quella sezione del campo di battaglia, vi trovarono Bran che cullava piangendo il corpo senza vita dell'amico, con occhi folli e persi nel vuoto.
La battaglia era vinta, ma Bran, ben sapendo quale fosse ormai il suo destino, se ne andò ramingo, vagando da un posto all'altro della Foresta, senza mai lasciar svanire le orme dei suoi passi prima di ripercorrerli nell'opposta direzione.
Passarono così molti anni e ben pochi avrebbero ormai riconosciuto il leggendario guerriero di un tempo, in quell'individuo dalla chioma incolta di un indefinibile color grigiotopo, con la barba ispida e gli occhi infossati, che vestiva una lacera tonaca verdastra e mendicava un tozzo di pane dai viandanti che incontrava per strada.
Un giorno però, mentre chiedeva l'elemosina nella piazza del mercato dello sperduto villaggio di Nebin, stremato dalla fame e dagli stenti, Bran perse i sensi e cadde lungo disteso accanto alla bancarella di una brava erborista di nome Naylar. La donna, che pur non essendo più giovanissima, era ancora florida e piacente, fu mossa a compassione e lo accolse per qualche tempo nella sua casa, nutrendolo e curando, oltre al suo corpo, le ben più profonde ferite dell'anima. Come spesso accade in questi casi, l'ardente spirito del guerriero si accese di gratitudine e d'amore per la dolce compagna che lo aveva aiutato a riemergere dalla più buia notte della sua anima. Inoltre Bran era ormai stanco di vagare ramingo e, pur essendo consapevole di attirare a se il compimento del proprio destino, scelse di non privarsi dell'ultima dolcezza che la vita gli elargiva. A Beltane strinse il nodo d'amore con la buona Naylar e condivise con lei il Piacere tutte le volte che poteva.
Il secondo geasa era così infranto e altro non restava nel suo fato, se non attendere la falce della Morghul, che venne infatti a reclamare il suo spirito di lì a poco.
In quel lasso di tempo, Bran visse i giorni più felici dell'intera sua esistenza, onorato e rispettato da tutti e finalmente padrone del suo focolare, con accanto una sposa che amava teneramente.
Nel frattempo, gli abitanti di Nebin avevano compreso chi egli fose in realtà e ormai non era più un segreto per nessuno che Bran dal Forte Braccio fosse tornato dalla tomba per mettere nuovamente la sua Spada Azzurrata al servizio della giustizia e dell'onore.
Molti villici di Nebin erano mercanti ambulanti e se ne andarono in giro per la Foresta della Dimenticanza, vantandosi di avere come concittadino il famoso eroe; così la notizia corse di bocca in bocca, diffondendosi rapidamente fino a raggiungere anche le orecchie dei tre fratelli di Grendir, che da tempo cercavano Bran per riscattare con la sua vita la morte del congiunto. Costoro si misero dunque in marcia e raggiunta che ebbero la cittadina di Nebin, si recarono da Bran e segnarono la porta della sua casa con la runa della sfida. Era infatti usanza, presso le genti dell'Antica Razza, che coloro che subivano la perdita di un parente per mano di un guerriero del medesimo Clan, avessero facoltà di sfidare l'uccisore a battersi nudo e disarmato contro i campioni della famiglia del defunto.
L'onore imponeva a Bran di raccogliere la sfida e fu proprio ciò che egli fece, dopo aver trascorso l'ultima appassionata notte accanto alla sua sposa.
Così all'alba del solstizio d'estate, Bran si presentò nudo e disarmato al cospetto dei suoi sfidanti, nel luogo da essi indicato. Il suo corpo era coperto di pittogrammi magici di un bel colore blù elettrico e sotto ad essi il torace mostrava il rinnovato vigore delle sue membra.
Bran non abbassò lo sguardo di fronte a coloro che volevano la sua testa, ma non mosse un dito per difendersi, dando invece voce al suo ultimo desiderio.
"Vengo a riparare il mio torto: la mia vita in cambio di quella di Grendir. Non ho mai voluto uccidere l'amico, ma è giusto che la morte chieda in riscatto la vita di chi ha sbagliato. Non chiederò pietà, ma fate che la mia sposa e il figlio che porta in grembo siano onorati di portare il mio nome e date al mio corpo una sepoltura degna di un guerriero."

I fratelli di Grendir giurarono solennemente che dopo la sua morte avrebbero protetto e rispettato sua moglie e suo figlio, dando altresì onorevole sepoltura alle sue spoglie.
Pronunciato che ebbero il giuramento, Bran li ringraziò e piegò un ginocchio al suolo, in attesa dei colpi fatali. Allora, ognuno dei fratelli di Grendir gli scagliò contro una lancia, che andò a conficcarsi nei tre punti vitali: la gola, il cuore e l'inguine.
L'Onore del Guerriero era salvo e i fratelli di Grendir, nella premura di adempiere al giuramento, portarono il feretro di Bran in giro per tutta la foresta, affinchè tutti i Clan potessero tributargli l'estremo saluto. Parte dei tesori che il Vecchio Popolo spontaneamente donò al defunto, servirono ad assicurare prosperità e vita agiata alla sua vedova ed al nascituro, mentre un'altra parte era destinata ad accompagnare l'eroe nella tomba.
Al termine di quella lunga processione, il corpo di Bran venne infine inumato al centro di una desolata valle del sud, in una camera sepolcrale, scavata all'interno di un grande Cromlech, affinchè i posteri potessero continuare a perpetrare memoria tanto delle sue eroiche imprese che del suo senso dell'Onore.
Sono ciò che gli altri vogliono vedere in me!

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