[Il Cromlech di Bran] capitolo 3 - prologo da Dragon Island

Regole del forum
Qui trovano posto le avventure sperimentate e giocate con regolamento Dicescale Expanded.
Ashuur Staff
Avatar utente
Messaggi: 1304
Iscritto il: lun 26 mag 2008, 9:21

[Il Cromlech di Bran] capitolo 3 - prologo da Dragon Island

Messaggioda Hashepsowe » mar 20 ott 2015, 13:17

slauni ha scritto:Dum Amethyst: gli Eroi

Quel che resta del Gran Comando non si è riunito nell’ampia sala di pietra, nella Sala dell’Amicizia dove pochi giorni prima aveva incontrato le delegazioni di Umani ed Elfi.
I suoi membri non siedono sui vecchi seggi di legno intorno al Tavolo del Destino. Non sono riuniti per deliberare. Ma in un cortile entro i bastioni stanno in cerchio per darsi l’ultimo saluto.

Borgar il Buono sta in piedi in tutta la sua statura: è il più alto e il più robusto di tutti. La sua armatura è massiccia bordata di oro lucente agli spallacci e sotto la gorgiera. Una placca più spessa protegge il suo cuore ed uno spuntone sporge dal suo pettorale destro per uccidere il nemico che osi avvicinarsi troppo. Un mantello di pelliccia scende dalle sue spalle larghe e solide, mentre sostiene un’ascia a due lame grande quanto lui. Eppure sembra essere schiacciato dalla gravità del momento: appare stanco, forse il peso è troppo anche per lui. Guarda i suoi compagni e cala l’elmo sulla testa con gesto ineluttabile, lasciando scoperta solo la folta barba bionda, gli occhi grigi e sinceri. Un profondo senso di colpa vela il suo sguardo.

Gudmund il Rosso sta alla sua destra. Indossa un’armatura scura e il suo pelo rosso esce da sotto le piastre di metallo brunito come fuoco di un braciere. Le fibbie del mantello sono strappate, l’armatura è sporca di sangue e fango, la grande mazza ferrata è stata pulita nella polvere per asciugare il sangue rappreso dei nemici. Non ha avuto il tempo di rendersi presentabile o forse non ha voluto: è appena tornato dal campo di battaglia. Orgoglioso e fiero stringe l’elmo ammaccato nella sinistra e guarda l’amico come per dirgli: “siamo con te, tu l’hai proposto, ma noi tutti lo abbiamo accettato. La responsabilità ricade su ciascuno di noi”.

Hildrid la Savia sta di fronte a loro. È la più anziana e indossa la sua armatura di maglie semplice e priva di decorazioni. Schinieri e bracciali sono bande di ferro ammaccato che ancora recano lo stemma del clan a cui appartenne suo padre. Una mazza leggera è appesa alla sua cintura. Tiene sotto braccio un elmo a calotta i cui lunghi legacci pendono sciolti. Nell’altra mano porta uno scudo rotondo di metallo. Muta osserva Fafnir alla sua sinistra ed Helga alla sua destra: la consapevolezza di chi sa di vederli per l’ultima volta.

Fafnir Figlio di Hildrid indossa l’armatura di suo padre: le giunture sono state aggiustate per la sua taglia, ma l’usbergo è troppo largo per lui. Costituito da due piastre massicce di pesante acciaio, il fabbro lo ha lasciato com’era per non rischiare di rovinarlo. Si appoggia alla grande spada mentre si carezza la barba imbarazzato: non sa se essere orgoglioso di vestire l’armatura del padre o se esserne triste. Un solo grido echeggia nel suo cuore: vendetta. Vendetta per suo padre, vendetta per tutti i suoi fratelli morti. Si volge altrove per non incrociare lo sguardo della madre: non vuole mostrare lacrime in quel momento, ma il volto duro di un nobile guerriero nanico.

Helga moglie di Ottar il Fantasma sta in piedi tra Hildrid e il marito. Indossa un’armatura di scaglie tutta decorata con fregi, retaggio della sua nobile origine. La gorgiera è aperta per potervi fissare l’elmo che tiene in mano, la cresta bianca e la lunga coda di crine di cavallo che pende quasi fino a terra. Ai suoi fianchi sono appese un’ascia ed una mazza, anch’esse di fine fattura con decorazioni in oro lucente. Guarda suo marito con l’amore che si prova alla fine del mondo: non hanno figli, ma tutti gli abitanti della fortezza sono per loro parenti e fratelli.

Ottar il nano albino, bianco come un fantasma, si erge nella sua armatura chiara e lucente. Le sue armi istoriate di rune sembrano raggi di sole. La sua pelle è chiara come l’avorio ed i suoi occhi di rubino, inquieti si muovono ora su uno, ora sull’altro dei suoi compagni. Poi guarda la donna della sua vita: le labbra si dischiudono in un muto giuramento.

Ivar il Giovane prende il posto di Ulf il Possente caduto in battaglia. Indossa un’armatura pesante e ricca come si conviene ad un nobile guerriero. La sua barba è ancora corta per formare una treccia, ma il suo volto è deciso come quello di un veterano. Sta al fianco di Borgar e mantiene la lancia in resta. Incurante del protocollo posa con forza la mano guantata sulla spalla del fratello (*).

Bestla la Solitaria resta immobile, i suoi piedi saldi per terra. L’armatura di fasce ben protegge il suo corpo di vergine. Guarda i propri compagni d’armi soddisfatta di non avere un marito: non dovrà scegliere per chi di loro sacrificare la propria vita, ma potrà farlo per tutti in egual misura.

Rennir Barba di Seta indossa l’armatura che egli stesso si è forgiato. Si accarezza la lunga barba con la sinistra e con la destra stringe il manico del suo enorme mazzafrusto: è nervoso, vorrebbe dire qualcosa, ma il silenzio è greve e gli occhi di tutti parlano più forte della voce.

L’ultimo sono io, Sigurd l’araldo detto il Cieco perché, sebbene sia un cantore, ho perso un occhio in guerra. Silenzioso me ne sto in piedi, quasi in disparte. Non ho con me strumenti musicali per allietare i miei amici, ma una pesante ascia ed il corno da battaglia appeso alla cintura. Li studio ad uno ad uno ed ascolto i loro sguardi; in cuor mio fisso i loro volti come versi di un epico poema.

Tutti indossano l’elmo ed in esso chiudono i loro ricordi: la famiglia, gli amici, il proprio popolo. L’esito dello scontro è una responsabilità enorme che ognuno porta addosso, fardello più pesante di qualsiasi armatura e allo stesso tempo sostegno.
Poi, al cenno di Borgar, Sigurd suona il corno: una sola nota lugubre che attraversa tutta la fortezza annunciando l’ineluttabile giungere della battaglia. Ciascuno richiama i suoi soldati e si dirige alla propria postazione.


(*) sono fratelli di sangue, figli degli stessi genitori: una cosa rarissima per i nani.
Sono ciò che gli altri vogliono vedere in me!

Ashuur Staff
Avatar utente
Messaggi: 1304
Iscritto il: lun 26 mag 2008, 9:21

Re: [Il Cromlech di Bran] Prologo Terza parte

Messaggioda Hashepsowe » mar 20 ott 2015, 13:17

slauni ha scritto:Dum Amethyst: lo Schieramento

I bastioni: Porte del Sottosuolo, Scrigno delle Meraviglie nella Foresta della Dimenticanza, sorgono nel grembo ricco del Monte dell’Oblio. Sorgono in un antro vasto come un lago, talmente grande che appaiono come gemma sotto un cielo notturno di roccia che piove sempre... e la pioggia bagna il sottosuolo lavando cristalli di rosea ametista che ovunque brillano come stelle nel firmamento di pietra, lasciando nel fango e nella nebbia la vastità dell’antro e l’accampamento avversario.
Dum Amethyst: la sfida ai Drow Signori delle Profondità, spina nel loro fianco e meraviglia per tutte le razze di superficie che l’hanno visitata. Il suo incanto è l’utopia che Nani, Umani ed Elfi possano essere alleati, amici e persino fratelli.
Ma il sogno si è infranto come cristallo che cade. La mia gente non ha più un Clan a causa dei propri alleati ed ora non ha più neppure alleati. Alla vista del nemico sono fuggiti lasciandoci soli con la nostra delusione e la nostra amarezza.

Lo sguardo vola dai bastioni alle schiere nemiche: un mare brulicante di zanne, occhi rossi iniettati di sangue, lame alzate verso la fortezza, artigli affilati e scaglie di armatura... Emergono dal fango. Sono gli Orchi Servi dei Drow: sono un numero che non si può contare. Marciano all’unisono, come se l’orda fosse un’unica cosa vivente. Essi sono solo l’avanguardia ed i nani in cuor loro sanno di essere solo l’antipasto nel banchetto dei morti.
Già si possono udire le oscene grida di battaglia degli orchi, i blasfemi ordini dei loro sergenti, i rochi grugniti ed il cozzare delle armi sulle armature, metallo su metallo. Ma questo non spaventa i cuori saldi dei nani. Ciascuno si volge al compagno che ha di fianco e nei suoi occhi vede suo fratello, sua sorella, sua madre e suo padre, i propri antenati e la propria discendenza... dal principio alla fine.
Lo scontro non avviene sulle mura, ma al di sotto di esse, nel Dedalo dove pochi nani possono affrontare centinaia di nemici, uno alla volta, difendendo passo passo tutto il percorso fino alle mura, ultimo baluardo prima della disfatta.
Nel dedalo di cunicoli, dove infiniti passaggi si incrociano per perdersi in vicoli morti, per condurre a pozzi profondi in cui è fatale cadere, per confondere e frammentare l’orda avversaria in piccoli gruppi, costringendola ad attraversare un luogo pericoloso e sconosciuto. I nani lo conoscono come la propria casa perché è la loro casa.
Mentre scendono nel Dedalo, Ivar chiede a Borgar:
«Portami con te fratello: non voglio morire da solo.»
Il fratello maggiore, gli risponde:
«Combatteremo insieme fino all’ultimo respiro: moriremo oggi o non moriremo mai più. Qualsiasi sia la nostra sorte, saremo insieme.»
E l’abbraccia con suono di armature che cozzano.
Fafnir lascia la madre e prende sotto il suo comando i guerrieri di Ivar.
Ottar il Fantasma prende posizione in un corridoio parallelo ad Helga. Hildrid, mentre scende a difendere il versante Sud, segue Fafnir con lo sguardo come a dargli la propria benedizione nella lingua degli avi.
Gudmund il Rosso è schierato in prima linea dove sa che la battaglia infuria.
Rennir finisce di legarsi la barba con nastri di cuoio prima di posizionarsi irremovibile a difesa del proprio corridoio.
Dalle retrovie Bestla con i suoi balestrieri ed artiglieri prepara un fuoco di sbarramento sull’ingresso del Dedalo che falci le prime file dei nemici in arrivo.
Quando ciascuno è al suo posto Sigurd il Cieco suona per l’ultima volta il corno a decretare l’inizio della battaglia, poi lo getta a terra per non dover intonare mai la ritirata e si prepara a suonare la sua ascia.
Sono ciò che gli altri vogliono vedere in me!

Ashuur Staff
Avatar utente
Messaggi: 1304
Iscritto il: lun 26 mag 2008, 9:21

Re: [Il Cromlech di Bran] Prologo Terza parte

Messaggioda Hashepsowe » mar 20 ott 2015, 13:18

slauni ha scritto:Dum Amethyst: la Battaglia

Nel combattimento non sono più le ore a scandire il tempo che passa, ma i fratelli che cadono sotto i colpi terribili dei nemici. La stanchezza non è più misurabile: sollevare le armi è uno sforzo immane e quando un nemico cade non si avanza perché costa troppa fatica. Mantenere la posizione è già una vittoria, mentre gli orchi sembrano non finire mai.
Un passo alla volta i nani sono costretti a risalire il Dedalo fino alle mura di Dum Amethyst. Pochi metri per resistere o per essere spazzati via.

Gudmund il Rosso è stanco oltre ogni limite, sa che non può continuare, ferito in più parti del corpo ha perso troppo sangue e la forza comincia a lasciarlo. Batte la pesante mazza per terra mentre l’orco che ha davanti si accanisce credendo di averlo schivato. Il nemico lo assale con una bordata, ma Gudmund non si preoccupa di evitarla. Accusa il colpo, barcolla, ma resta fermo nel suo intento. Sa che morirà, ma gli orchi non sanno come: ride e batte ancora la mazza sulle pareti del cunicolo, a destra e a sinistra. Il suo nemico non sospetta niente e continua a colpirlo, illuso di essere in vantaggio. Gudmund ride come un folle sotto la barba rossa, ignora il dolore e ride. Di nuovo colpisce il pavimento con tutta la forza che gli resta. Un boato scuote l’intero corridoio e pietre cominciano a cadere dal soffitto. «Dalla roccia fui plasmato mortale, alla roccia ora torno per sempre…» Grida nella lingua degli avi e l’intero corridoio frana inghiottendo Gudmund il Rosso e tutti i nemici con lui: sono più di cento.

Borgar il Buono ode l’amico gridare ed il boato sovrastare le urla degli orchi schiacciati dalla roccia. Comprende cosa accade e libera tutta la sua angoscia nel combattimento. Arresta il lento arretrare e mosso da furore vibra la sua enorme ascia. Ogni colpo, un morto. Avanza deciso a respingere tutti gli orchi fino a cacciarli fuori dal Dedalo. Alle sue spalle Ivar il Giovane lo aiuta manovrando la lancia con grande abilità: tiene a distanza i nemici mentre il fratello carica i poderosi colpi.

Sigurd il Cieco intona il Canto degli Avi al ritmo dei suoi colpi d’ascia. Ora più che mai i suoi fratelli hanno bisogno di coraggio per morire da guerrieri. Gudmund non c’è più, ma ha dato l’esempio. Presto tutti i soldati cantano con voci gravi e gutturali come pietre che rotolano, come montagna che frana coprono con il loro canto i grugniti del nemico.

Anche Ottar il Fantasma intona il canto la cui magia attiva il potere delle rune incise sulle sue armi. La corazza e lo spadone s’illuminano e la sua ira spande copioso il sangue dei nemici. Ripercorre il suo corridoio attraverso il Dedalo senza fermarsi, poi sicuro si getta nel campo aperto. Nell’oscurità della battaglia è come il bagliore di una stella in un cielo tempestoso, speranza per i suoi fratelli che lo vedono combattere come un toro. Uccide decine e decine di nemici prima che l’orda riesca a sopraffarlo. Sono più di trenta contro di lui, ma nonostante i colpi incassati non crolla e continua a splendere. Ce ne vogliono altri trenta per oscurare la sua luce... Allora un’esplosione e nell’estremo sacrificio il potere delle rune si sprigiona. Alla fine giace morto al suolo, ma non un solo nemico gli è sopravvissuto.

Il canto di Helga Moglie di Ottar diviene una nota acuta di dolore. Come valchiria si lancia sui nemici senza più timore della morte e combatte, un’arma in ciascuna mano. Una danza di morte finché non mantiene fede al giuramento pronunciato dal marito. Fino alla fine. Più di cento ne massacra prima di raggiungere il corpo di Ottar. Lo bacia che ancora respira e muore tra le sue braccia trafitta dai colpi dei drow.

Fafnir Figlio di Hildrid comanda con vigore il suo drappello di guerrieri: combatte in prima linea e ne ha uccisi più di cento quando vede un bagliore nell’oscurità del Dedalo. Un capitano orchesco porta al collo come trofeo il fermabarba del padre e lo mostra in segno di sfida. Nel mezzo della mischia Fafnir ne è attratto, da lontano lo vede e sospinto da rinnovato desiderio di vendetta, chiama l’orco a duello, ma il nemico si ritira. Fafnir si apre la strada verso di lui a colpi di spada, ma l’infame si ritira ancora fino ad uscire dal Dedalo dove il nano si ritrova solo circondato da una pattuglia di drow. All’unisono tutte le loro balestre sparano su Fafnir. La distanza è poca e l’armatura viene trapassata dai verrettoni che si piantano nelle carni inoculando il loro letale veleno.

In quello stesso istante il cuore di Hildrid la Savia è trafitto. La madre sa quale sia il destino del figlio. Lascia il suo gruppo e corre verso Fafnir. Lo trova ormai morente in una pozza di sangue nero e schiuma. Il figlio sorride e sospira aprendo la mano: lascia cadere il fermabarba del padre mentre tutt’intorno a lui i drow giacciono morti trafitti dalla sua vendetta. Ora la madre sta in piedi accanto al corpo di Fafnir e da sola affronta l’avanzata del nemico. Nel culmine della battaglia ode le voci del marito e del figlio che la chiamano. Ne uccide altri cento prima di raggiungerli.

I drow non si aspettavano tanta resistenza da parte dei nani. In quel momento decidono di inviare una pattuglia di tiratori scelti per aggirare il Dedalo e attaccare direttamente i balestrieri e gli artiglieri al comando di Bestla la Solitaria. Ma la donna attenta ad ogni movimento sul campo di battaglia, nota il gruppo di assaltatori e li affronta da sola per non togliere difesa ai suoi compagni nel Dedalo. Quando torna è pallida e nasconde una ferita al fianco. Siede sugli spalti stanca e ansimante dice al suo secondo: «Sono morti tutti, prendi il comando mentre mi riposo». Mai più si risveglia, colpita da un dardo avvelenato.

Rennir Barba di Seta colpisce gli orchi con tanto impeto da rompere il suo grande mazzafrusto, ma non si preoccupa per questo. Non retrocede di un solo passo. Combatte a mani nude: stende gli avversari mentre i suoi soldati li passano a fil di lama. La sua armatura lo protegge dalle ferite e la sorte gli arride. Più di cento ne uccide.

Nonostante tutto la battaglia volge al peggio: la maggior parte dei guerrieri ormai giace caduta. Allora Sigurd il Cieco apre le porte dell’armeria alla popolazione della fortezza e tutti ne escono armati. Persino i bambini portano con sé armi più pesanti di loro. Scendono nel Dedalo e si schierano sulle mura per difenderle. Da lontano i drow non distinguono se siano cittadini o guerrieri, ma vedendo la gran moltitudine e la ferrea determinazione danno l’ordine della ritirata quando ormai mancava poco alla vittoria.

Proprio in quel momento un dardo colpisce Borgar il Buono sotto una giunzione dell’armatura. La ferita è un graffio per il grande guerriero, ma il veleno penetra annebbiando la sua vista. I nemici arretrano e lentamente Borgar si spenge sotto gli occhi increduli del fratello.
Invano Ivar cerca di sostenerlo. La giornata è vinta, ma il fratello è perso.
Solo, esce dal Dedalo all’inseguimento dei drow cercando vendetta e la morte in battaglia. Furioso combatte senza curarsi della difesa, ma nessuna ferita che gli sia inferta è quella mortale. Uccide nemici su nemici finché questi non fuggono in rotta.
L’insegue ed esce oltre la fortezza, nell’antro gridando contro i fuggitivi. Scaglia la lancia uccidendo l’ultimo e disarmato chiede la morte dalle frecce avvelenate dei drow, ma nessuna riesce a colpirlo.

Ormai lontani i drow smettono di coprire la ritirata: nessuno li segue più. Neppure Ivar che piangendo crolla a terra in ginocchio. Scaraventa l’elmo lontano e batte i pugni sul suolo intriso di sangue. E da allora Ivar il Giovane è chiamato Ivar l’Amaro: un comandante che non è più la giovane speranza dei sopravvissuti, ma il rancore e la melanconia dei fratelli perduti.
Sono ciò che gli altri vogliono vedere in me!

Torna a Campagne di gioco

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite