[In Viaggio per le Oasi]Background Dracodraconis

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Ashuur Sapiente
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[In Viaggio per le Oasi] Background Dracodraconis

Messaggioda dracodraconis » gio 18 mar 2010, 12:47

Nome: Dracodraconis
Età: 35-40 anni
Ruolo: Cavaliere di Draghi, allevatore di cavalli in esilio
Ambientazione: Isola dei Draghi

Mi presento mi chiamo Dracodraconis, questo in verità non sarebbe il mio vero nome, quello cioè che mi diede mia madre alla nascita, è qualcosa di diverso, probabilmente voi lo chiamereste soprannome o titolo onorifico. Nel Paese dove provengo è in un certo senso il nome definitivo che il “ consiglio dei reggenti” da definendo così lo status sociale, l’appartenenza ad un rango d’eccellenza militare, quindi il proprio ruolo e grado. Avviene così che alla fine il nome originario normalmente si dimentica per disabitudine ad usarlo. Per chi come me, nobile di origine, il proprio avvenire è normalmente già segnato: o nella cavalleria, nello specifico nello squadrone dei Dragoni, elitè del reggimento, con compito di pretoriani della sacra persona della Sacerdotessa-Regina ( la società del mio Paese d’origine è piuttosto matriarcale ), oppure, se il ristretto numero dei saggi con a capo la Sacerdotessa-Regina ne intuisce le potenzialità del candidato, nell’ancor più elitario e ristretto numero dei Cavalieri di Draghi. Ecco, io ero uno di quelli, anzi dal mio nome certamente si comprende il mio altissimo grado, ero infatti il capo dello squadrone. Rapportando il mio grado nell’uso corrente di un esercito si potrebbe tradurre in generale in capo. Tanto per fare un esempio il capo dei dragoni a cavallo per importanza era mio secondo con il nome di Augusto Draconis. Voi certamente penserete: “ come se la tira quel tipo. Perché mai allora è qui con l’aspetto di un errante cencioso?”
E’ vero, il mio attuale aspetto tradisce le mie parole, rendendole bugiarde a chi non conosce la mia storia. Ma io sono qui davanti a voi per raccontarla la mia storia, perché voi, miei illustri signori possiate decidere di frequentarmi o tenermi isolato da voi. Da lungo tempo cammino, errando di landa in landa, guadando fiumi, attraverso assolati deserti, ed ora dopo aver attraversato infine il grande mare sono giunto in quest’isola. All’inizio la mia era una fuga disperata e violenta dalla mia gente, chiunque mi avesse trovato si sarebbe sentito in dovere di scannarmi come un maiale, la giusta fine per chi è stato dichiarato traditore del suo popolo. E tale in verità io sono, non lo nego, e non di meno rinnego le mie azioni. Reietto e rinnegato da mia madre e dai miei fratelli, se chiedeste di me la gente sputerebbe per terra, iniziando gli scongiuri. Sacrilegio è adesso il mio nome fra la mia passata gente o meglio “ Figlio delle Tenebre” è ufficialmente il mio nome: ma è meglio che le mie parole scorrano decise e stringenti all’inizio della mia storia, cosi non vi tediate in questo monologo, sperando che vi tratteniate da gettarmi da una rupe. Forse sono anche un po vile lo riconosco, comunque voglio vivere, di suicidarmi per rendere l’ onore ai miei o di farmi uccidere per giustizia non se ne parla proprio. Ho ucciso innocenti nella mia fuga per salvarmi, non riconosco in me la stoffa del martire, dell’eroe che si redime, o meglio io sono pentito del male compiuto, ma voglio vivere, ramingo ma vivo.
Io son nato da famiglia nobile e ricca, mio padre era il più ricco e onorato allevatore di cavalli di razza, i fieri discendenti della libera e forte razza di stalloni dei tempi remoti, quando il mio popolo giunse dalle fredde terre del Nord, essi furono ammaliati dalla loro bellezza e forza e decisero di esserne amici e allevatori. Mio padre era il capo della consulta degli allevatori, la più potente libera associazione del mio Paese, aveva diritto di essere ascoltato dal consiglio. Da tempo i suoi avi erano stati nominati Duchi del Regno. Mia madre invece era consanguinea della Sacerdotessa-Regina e da essa stimata. Ricca anch’essa, aveva portato in dote a mio padre pascoli grassi e fonti d’acqua rigogliosi, boschi fitti di pregiati alberi, greggi ed armenti. Insomma avevamo tutto, io e i miei fratelli crescemmo nell’abbondanza e nel rispetto della gente. La mano severa di nostro padre ci educò al lavoro ed alla sobrietà d’animo. Eravamo allevatori noi stessi. Arrivati alla età della adolescenza, nostro padre come costume, per non alienare la proprietà dichiarò sua erede dei beni nostra sorella maggiore ( In quel Paese non si fa differenza di sesso ), l’altra sorella più piccola divenne damigella in casa, noi fratelli cadetti venimmo assoldati nei ranghi della cavalleria, come allievi ufficiali. Dovete sapere che nel mio Paese vive un antica razza di Draghi per niente ostile all’uomo, anzi anticamente strinsero alleanza con essi permettendo ai più capaci di cavalcarli. In breve io fui ritenuto capace e mi affidarono la cura di un Drago. Per la mia destrezza e la mia intelligenza , ( non che desiderio di elevazione ) feci carriera. Per il mio coraggio e lo sprezzo della vita dimostrato contro i nemici del mio popolo divenni in breve Dracodraconis, io ne ero fiero, forse troppo. Con la fama ed il rispetto anche dei potenti crebbe il mio orgoglio e la mia sete di potere, la mia anima si corruppe, volevo il potere assoluto, mi sentivo degno, era mio diritto pretenderlo, tutto ciò che si frapponesse ad esso doveva essere annientato. Per ottenere ciò portai alla corruzione il cuore dei miei soldati, li avvinsi con miraggi di gloria e ricchezza, fui il loro Demone. Per la prima volta Nella storia del mio Paese i più nobili Guardiani del Regno divennero assassini dei propri fratelli. Colpimmo di sorpresa con la potenza delle nostre armi e delle nostre terribili cavalcature. Facemmo stragi e in breve diventammo così potenti da assediare il consiglio che si arrese e con esso la Regina che chiese di fermare le nostre spade. Il popolo era sbigottito, ma ancora inerme. Purtroppo il nostro cuore era gonfio di orgoglio scellerato. Al mio entrare da trionfatore nel Palazzo mi proclamai Invictus Rex e feci strage di consiglieri. Arrivai all’ abominio e al sacrilegio, con la mia spada trafissi il petto della Sacerdotessa-Regina. Era il colmo, il cuore del popolo si riscosse e grido alla vendetta, finanche i Draghi furono sconcertati da questo sacrilegio e ci abbandonarono. In breve i miei compagni furono massacrati, io riuscii non so come a fuggire, e da allora sono in esilio con questo dolore nel cuore, traditore e sacrilego. Non ho più la mente ottenebrata, ma per me non viè redenzione se non con una morte degna, ma io come dissi voglio vivere.
Ora sono qui, con i pochi pezzi d’oro che mi sono rimasti vorrei comprarmi un po di terra e qualche cavalla ed uno stallone da monta, insomma tornerei a fare il lavoro dei miei avi. Chi non si vergogna di vendermeli io sono qui. Alla fine smetto di essere ramingo

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