[Progenie di Morte]Zakyra

Regole del forum
Inserire sempre il titolo della Story correlata tra parentesi quadre.
Ashuur Affidabile
Avatar utente
Messaggi: 51
Iscritto il: gio 21 ott 2010, 18:38

[Progenie di Morte]Zakyra

Messaggioda Kestrel » mer 27 ott 2010, 16:12

Ruolo: Zakyra
Razza: Umana
Età: anziana, indefinita
Abitazione: Presso le di rovine di Myrd Vawair
Oasi: Foresta della Dimenticanza


La chiamano “la vecchia”.
“Vecchia pazza”, la maggior parte delle persone.
“Vecchia strega”, i più timorosi. Ma forse questi ultimi sono solo i più lungimiranti.

Molti anni sono passati da quando Zakyra si ritirò presso le rovine di Myrd Vawair, anni che la videro intenta nello studio della potenza dei veleni e dei miasmi prodotti dal Lago dei Vapori.

Qualche anziano del villaggio di Nebin giura, schernito dai più giovani, di averla vista arrivare in quei luoghi quando era solo un bambino, e che lei già allora avesse lo stesso aspetto con cui la si può incontrare oggi. Certo è che nessuno sa quanti anni abbia e come faccia apparentemente a vincere lo scorrere del tempo nelle sue membra.

Ragni e serpenti sono da sempre i suoi compagni più fidati e al contempo maestri di oscuri segreti. Attraverso di loro ha elaborato pozioni che possono dare la morte, lunga e straziante oppure veloce e misericordiosa, come portare all'opposto la guarigione, a seconda della loro sapiente miscelazione e dosaggio.
Da lunghissimi anni conduce i suoi studi portando avanti indefessamente una ricerca di cui nessuno conosce lo scopo e la natura.

Qualche viandante talvolta la scorge china nel profondo della foresta, intenta a riempire la bisaccia di bacche, radici oppure delle più recondite essenze vegetali. Lei non si cura di nessuno, sembra nemmeno accorgersi della altrui presenza, salvo girarsi di scatto e piantare sull'incauto osservatore uno sguardo penetrante. Subito questi comincia a sentirsi a disagio, quasi fosse sondato intimamente da quegli occhi verde acceso, di una limpidezza cristallina che mal si addice allo sguardo di una vecchia. Bofonchiando qualche parola confusa di scuse il viandante riprende allora lesto la sua via, girando al largo da quella zona.

Eppure la cercano.

I pazzi, ma forse è meglio definirli “i senza speranza”, si rivolgono a lei incuranti del prezzo da pagare o dell'orrore della vista dell'oscuro antro che Zakyra ha eletto a propria dimora.

Poco lontano dall'antica città elfica distrutta, celato dalle contorte radici di un vecchio faggio possente, si apre un pertugio che porta ad una buia caverna illuminata solo dalla fioca luce di un focolare perennemente acceso. Alle pareti sotterranee radici si prestano a fungere da mensole dove la vecchia ripone con cura un'infinità di boccette dalla diversa foggia e fattura.
Negli angoli bui il visitatore viene colto dall'impressione di scorgervi sinuosi movimenti di spire o veloci ticchettii di mille zampette, ma non appena vi fissa inquieto lo sguardo nulla vi vede se non immota oscurità.
In questo cupo luogo egli prega sognante o proferisce tra le lacrime o sputa nella rabbia i suoi desideri che Zakyra ascolta con occhi chiusi ed aria assorta, l'inseparabile bastone poggiato in grembo.
Ella non giudica la meschinità o la nobiltà della richiesta. Non si cura di ciò che spinge l'animo umano al più alto degli ideali o alla più profonda delle bassezze di uno spirito corrotto. La supplica di una madre che stringe a sé un pallido neonato ha lo stesso valore alle sue orecchie di una richiesta di vendetta, di sangue innocente.
Quando il suo interlocutore finisce tremante di parlare lei apre gli occhi e con voce bassa e sibilante, eppure chiarissima, pone la sua domanda:
”Sei disposto a morire per questo?”.

Chi per amore o per odio (curioso come due sentimenti opposti portino allo stesso risultato) si assoggetta all'estremo sacrificio riceve in cambio la Piccola Morte.
Zakyra immerge una ciotola consunta nel calderone accanto a sé sul fuoco e ne mischia il contenuto con quello di una delle intarsiate boccette, scegliendola e soppesandola con attenzione in base alla richiesta che le è stata fatta. Quando il supplice termina di berne il contenuto allora lei gli solleva il mento con il bastone e questi, come inchiodato da una forza invisibile, non riesce più a sottrarvisi o fare il più piccolo movimento.
Non è più tempo di pentimenti o per tornare indietro ormai.
Come uscita dalla manica dell'ampia tunica, compare una piccola serpe verde che comincia a strisciare lungo il braccio della donna, avvolgendosi prima come un bracciale al polso per poi scivolare sulla mano e via via lungo il bastone fino a raggiungere il volto atterrito e impotente della persona inginocchiata davanti. Il piccolo rettile scintillante si fa quindi strada nella bocca della sua preda e vi si infila scendendo lungo la gola. Solo allora Zakyra risolleva il suo bastone con aria soddisfatta e ghignante, lasciando la sua vittima al suolo contorcersi tra spasmi di tosse e conati con le mani strette intorno alla gola.
“Adesso vai, avrai ciò che hai chiesto. Il tuo tempo è scritto nelle tue mani e nei miei pensieri. Un giorno riscuoterò il mio credito. Oggi. Tra un anno. Oppure mai.”
Con queste parole di congedo Zakyra volge le spalle tornando alle sue occupazioni e escludendo senza appello chiunque dal suo mondo.

Chi sia Zakyra e cosa cerchi nessuno sa dirlo ma da molti anni sul Lago dei Vapori in qualche notte di luna appare una donna dai lunghi capelli biondi e dalla bellezza conturbante.
Vestita di una leggerissima veste che ne rivela l'incarnato e le splendide forme si siede su una delle isole rocciose del lago suonando delicatamente un'arpa d'argento.
Mai nessuna voce è stata più soave, mai nessun canto ha fatto vibrare l'anima più di quello che nell'aria si sparge accompagnato da quelle struggenti note.

Nessuno è riuscito ad avvicinarla anche se qualche giovane, rapito da tanta bellezza, ha cercato inutilmente di raggiungerla attraverso le putride acque del lago, soccombendo all'atroce tormento e alle fiamme brucianti che in esso divampano.

A chiunque chieda della sua identità lei risponde con lo sguardo lontano, pizzicando melodiosamente le corde del suo strumento con lunghe dita affusolate.
E un canto risuona leggero e triste.

Io sono la cenere che il vento disperde.
Sono i giorni che scorrono senza il Tempo.
Sono un pensiero smarrito nella nebbia.
Il ricordo di ciò che non è mai accaduto.
L'Amore che non muore.
L'Amore che non vive.

Torna a COORDINAMENTO E SCHEDE

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite