[In Viaggio per le Oasi]Background Yama

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Ashuur Affidabile
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[In Viaggio per le Oasi] Background Yama

Messaggioda lavinia » dom 15 gen 2012, 18:44

Mi chiamavano il Camaleonte. Le tende si aprivano ed ero esposta come un fenomeno da baraccone, un sollazzo e niente di più. Vissi schiava in un mondo di pochi passi, con ridicole vesti che non mi riparavano dal freddo né dagli occhi di chi cerca il bizzarro.

Odiavo quando scrosciavano gli applausi, non sopportavo il loro stupore, le loro risa. Odiavo essere al centro dell'attenzione, ma il mio piccolo mondo era là: al centro della loro sala. Ovunque intorno a me c'erano lampade accese, tende colorate e sbarre di ottone.
Oltre quella cortina non riuscivo a distinguere le loro figure. Udivo le loro voci, ma non capivo le parole. L'odore dei loro corpi si mescolava con profumi di erbe e di essenze. Ero spaventata e la mia pelle cambiava colore: cercavo di sparire tra le tende. Allora vedevo i loro volti avvicinarsi osceni e le loro dita indicarmi. Ridevano e non capivo cosa si nascondesse dietro quei sudici volti felici.

Quando le tende venivano richiuse finalmente la notte calava: mi rannicchiavo in un angolo di quel piccolo mondo, restavo al buio e piangevo. Nessuno poteva consolarmi, nessuno poteva liberarmi dall'umiliazione. Stringevo la testa tra le mani pensando che non avere un volto definito, non avere un colore sempre costante significasse non essere, non esistere.
Poi stremata mi afflosciavo come un sacco vuoto e mi addormentavo in un angolo certa che non ci fosse niente di mio né fuori, né dentro di me.

Non so dire per quanto tempo vissi così, ma un giorno decisi di usare i colori della mia pelle per scomparire e non farmi vedere mai più. Per loro ero solo un oggetto incapace di pensare e quindi di fuggire. Ero sempre stata lì e non conoscevo niente di cosa c'era fuori, ma ero certa che il mondo non finisse in quella sala, che fuori ci fossero spazi aperti da esplorare e soprattutto altre persone come me.

La libertà è bella, ma le scoperte amare non tardano ad arrivare.

Una volta libera giurai di non essere più il Camaleonte di nessuno, ma nessun altro là fuori era come me: capii presto che non potevo essere accolta per quello che ero, perché neppure io mi conoscevo.
Decisi che la mia pelle sarebbe stata sempre dello stesso colore e per non spaventare chi mi circondava fui io ad assumere un aspetto simile e a mantenerlo costante.

Quello fu il mio primo sbaglio, forse mi sarei dovuta scegliere un colore tutto mio. Da quel momento non sarei più stata il Camaleonte, ma la natura che si ha dentro non cambia.

Con quel nuovo colore entrai in città. Fui travolta dalla quantità di persone che c'erano: ognuna aveva dei tratti suoi, un'espressione e persino un modo di muoversi che la rendeva diversa da tutti gli altri, ma nessuna era diversa quanto me.
Avevo bisogno di un aspetto che fosse simile e decisi di crearlo. Per farlo osservavo a lungo chi mi circondava: come un vestito cucivo insieme ciò che di ognuno ritenevo interessante. Di giorno in giorno il mio nuovo aspetto non generava più stupore, anzi per tutti aveva qualcosa di familiare. Mi consideravano una di loro: mi concedevano lavori e commissioni. Riponevano fiducia in me e mi raccontavano le loro vite, i loro ricordi.

Come dal loro aspetto mi ero creata un abito da indossare, dalle loro storie mi stavo creando un passato da ricordare e un futuro in cui sperare. Ero soddisfatta di tutto questo.
Ero divenuta come loro: avevo imparato la mimica per esprimere alcune emozioni che provavo. Imitavo un'espressione corrucciata per mostrare tristezza, un sorriso aperto nei momenti di felicità, ridevo se qualcuno scherzava con me.

Osservando attentamente ogni persona cominciai a riconoscere il loro stato d'animo. Il loro vero stato d'animo: era come percepire le emozioni più celate attraverso il loro volto, i loro sguardi, attraverso i loro atteggiamenti. Piccoli dettagli che mi rivelavano cosa poteva nascondersi dietro la loro mimica.

Più tempo trascorrevo con gli esseri umani, più finivo per somigliare loro. All'inizio questo li rassicurava e mi aiutava ad inserirmi, ma con il passare dei giorni percepivo il fastidio che procuravo anche se non ne erano perfettamente consapevoli: ad ognuno piaceva mantenere la propria unicità.
Io li imitavo fino a sostituirmi a loro. Allora era il momento di andarsene, prima che capissero cosa ero divenuta, e mi odiassero. Perché nessuno vuole avere una copia, anch'io avrei voluto essere unica e non la seconda copia di nessuno.

Avevo paura dello specchio perché l'immagine riflessa ancora una volta non mi apparteneva. Gli occhi che vedevo non erano i miei, la bocca era un'imitazione. Nell'insieme l'immagine era piacevole, ma ogni parte di me apparteneva alla persona da cui l'avevo copiata. E come il mio aspetto, anche la stessa personalità, i sentimenti, i ricordi: tutto era un riflesso.
Di fronte allo specchio vedevo ancora il Camaleonte, non c'era niente di mio né fuori, né dentro di me. Quel riflesso era un labirinto di ricordi appartenuti ad altre vite.

Mi spostavo di città in città finché non scoprii l'amicizia. La incontrai a Vallocastrum nel Nortgharten ed era bellissima.
Diemed capiva il dolore vissuto durante il mio passato di schiava, sapeva come era difficile ricostruire la propria vita una volta ritrovata la libertà.
Tanto simili erano i nostri cuori che ci scambiavano spesso per sorelle e questo ci faceva divertire moltissimo. La somiglianza esteriore fino a quel momento era solo un gioco innocente.
Finalmente ero sicura di aver trovato il luogo dove restare. Vivevo con un'amica sempre vicina: ridevamo insieme a lungo, ci consolavamo a vicenda e ci scambiavamo consigli.

Ma le cose belle non durano a lungo, ancora meno se costruite sull'inganno.

La sua bellezza consisteva nella rispondenza tra ciò che provava e il suo modo di manifestarlo: potevo capire cosa pensava, ciò in cui credeva. Ed io desideravo farmi conoscere da lei allo stesso modo. Per questo mi venne naturale assomigliarle sempre più nell'aspetto, perché eravamo simili nel modo di sentire. Ma per paura non le raccontai mai del Camaleonte fin quando non se ne accorse.

Eravamo divenute due gocce d'acqua: ci scambiavano per gemelle.
L'amicizia e il tempo trascorso insieme rendevano sempre più profondo il nostro legame, ma il gioco non fu più innocente. Condividevo tutto con lei: il suo aspetto, le sue relazioni, i suoi amanti persino.
Lo capivo, lo capivo bene! Ma non volevo allontanarmi da Diemed, non volevo perderla.

Piangendo fu allora lei a chiedermelo: non mi voleva più con sé, le facevo paura. Quando ci eravamo conosciute eravamo differenti, ma ora si era accorta che mi stavo sostituendo a lei.

Da allora non ho più visto nessuno.
Fuggii in preda alla disperazione perché la mia natura mi aveva fatto perdere l'unica amica. Fuggii in cerca di un luogo dove trovare il mio vero volto, un luogo dove liberarmi dai ricordi delle vite altrui, dove essere solo io, dove dimenticare la mia natura di mutaforme.
Soltanto chi lascia il labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne (Micheal Ende)

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