VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

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VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

Messaggioda Hashepsowe » mar 2 ott 2012, 2:00

Potete leggere la prima parte di questo racconto di viaggio, il cui contenuto sconfina nelle tematiche del Druidismo e Sciamanesimo e dei Luoghi Magici e Misteriosi.
Perchè non condividere anche qui quella che per me è stata un'esperienza magica?
Un'esperienza ripetuta in un secondo tempo, con diverse energie e diverse esperienze.
Potete leggere la prima parte del primo dei due racconti QUI

Se invece volete lasciare un commento, porre domande o dare indicazioni e suggerimenti in merito a luoghi ed esperienze qui narrati, potete farlo in questa sede.
Sono ciò che gli altri vogliono vedere in me!

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Re: VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

Messaggioda Fenice_Ashura » sab 6 ott 2012, 0:43

LA FONTE BIANCA
Fluisce, zampilla, scroscia, mi inonda,
la linfa antica di Azzurra Memoria.
Sul capo ha ghirlande di voli bianchi,
negli occhi il Sapere profondo e puro.
La guardo: mi osserva a labbra dischiuse,
qual spirito antico, sirena suadente.
Le gocce di sale formano l’onda,
ma il Viaggio prosegue tra cielo e terra.
Fonte e cristallo, ruscello, torrente,
danza di suoni e candele specchiate,
tu, liquido umore, coppa accogliente.
A piedi nudi mi lascio baciare
dalla carezza di ninfa e madre
Se guardo il mio volto riflesso nell’acqua,
l’arcano si svela, di un’altra vita.

Immagine

C’è ancora tempo prima della Cerimonia e qualcuno mi invita a visitare la White Spring, la sorgente bianca che sgorga dalla roccia per raccogliersi in una polla che gli uomini attraverso i secoli hanno rinchiuso in una splendida cisterna Vittoriana di pietra e mattoni.
Nel muro di fronte alla porta che immette in presenza della Fonte Bianca, uno zampillo porta fuori l'acqua della Red Spring, l'altra importante sorgente di Glastonbury, così chiamata a causa del materiale rosso e ferroso che conferisce all'acqua la sua caratteristica colorazione, in netto contrasto con il bianco della calcite presente nella White Spring.
Pare che la presenza di queste due sorgenti, tra loro completamente diverse, praticamente l'una di fronte all'altra, che sgorgano dal ventre di caverne ai piedi del Tor, sia uno dei più grandi misteri correlati al Mito di Avalon.
Non si paga per entrare, perché coloro che hanno scelto di prendersi cura di questo luogo straordinario, dove si incontrano i simboli spirituali di tutte le tradizioni sacre del mondo, lo fanno gratuitamente, per amore della bellezza e per garantire a tutti un posto in cui trovare pace e ristoro dagli affanni quotidiani. Sono i Compagni della Fonte Bianca, che hanno trasformato l'antica cisterna nel Tempio dell'Acqua di Avalon, per preservare la Fonte non solo dall'abbandono e dal degrado, ma anche dalla speculazione di chi ne avrebbe probabilmente fatto un lucroso sito turistico su cui arricchirsi. Presto la Fondazione della Fonte Bianca, grazie al sostegno volontario di molte persone, sarà a tutti gli effetti l'unico proprietario della cisterna, garantendo ai posteri la possibilità di ritrovare intatta e pura la magica atmosfera che vi si respira.
L'interno della cisterna della White Spring consiste in tre vani a volta arcuata di altezza poco inferiore ai cinque metri, dal pavimento inclinato e opportunamente scanalato per lasciar defluire l'acqua all'esterno, come sangue vitale, che, scorrendo attraverso le vene della terra, porti energia e nutrimento a tutti gli esseri. Si ha quasi l'impressione di camminare sull'arcuato paiolato di una barca, in viaggio attraverso il Portale che conduce al Mondo Capovolto.
Piccoli ceri rischiarano l'ambiente, creando una suggestione di luci ed ombre incredibilmente toccante. Le innumerevoli sinfonie dell'acqua corrente, scandiscono con voce ora solenne e ora lieve, lo scorrere di un Tempo che è fuori dalla consueta dimensione ad esso associata.
Di tanto in tanto, una ritmica e selvaggia percussione di tamburo sovrasta la melodia dolce e sommessa dell'acqua, scatenando una scarica di adrenalina, che sento insinuarsi nella spina dorsale e risalire, attraverso i Sette Sigilli del corpo, fino ad esplodere nella mente, liberandola da tutte le menzogne della logica, che avrebbe la razionale pretesa di controllare i miei sensi, i miei pensieri, le mie emozioni.
Il suono del tamburo ha da sempre un potere strano su di me e spesso, in passato, ha scatenato la parte più oscura della mia essenza, con il serio rischio di fare male a me stessa ed ai malcapitati che mi si trovino intorno. Mi provoca letteralmente uno stato di "trance" in cui non sono più padrona dei movimenti del mio corpo, ma in preda ad una specie di sogno lucido e ossessivo, non propriamente piacevole da vivere. Ricordo che una volta – mi hanno raccontato gli altri al mio risveglio – muovendomi freneticamente all'indietro, ho inciampato in un grosso tronco e sono atterrata sana e salva, dopo aver praticamente fatto un salto mortale all'indietro, cosa che in momenti "normali" mi avrebbe probabilmente fatto rompere l'osso del collo!
Questa volta però è diverso e le energie dell'Acqua hanno il sopravvento sulle pulsioni oscure. Abbraccio una delle colonne portanti del Tempio e mi lascio trasportare dalle vibrazioni congiunte della corrente e del tamburo, fino a raggiungere l'oscuro gorgo che si annida nei miei gangli. Sento che il sigillo, che ho sempre percepito come inviolabile, si infrange e posso procedere oltre, più giù, verso il Centro, finalmente libera di esplorare le caverne del mio se interiore senza timore di essere divorata dal mio Drago Guardiano.
La pietra è calda e pulsante sotto alle mie dita, morbida e accogliente, salda radice che mi trattiene ancorata alla terra.
Le vibrazioni si spengono, lasciandomi modo di ritrovare la lucidità necessaria a proseguire l'esplorazione del Tempio.
Si ripeteranno ad intervalli regolari, ma ora so che sono brevi abbastanza da non permettere a nessuno di smarrirsi nel Labirinto degli Abissi. E so che, adesso che ho superato la mia soglia di paura, non dovrò d'ora in avanti più temere il suono delle percussioni.
Qualcuno si spoglia e si arrampica fino alla vasca della sorgente primaria, accogliendo in quella sorta di purificazione personale, il potere del Femminile e dell'Intuito.
Personalmente, mi limito a togliermi le scarpe, lasciando che l'acqua mi lambisca le caviglie, mentre penetro nella nicchia dedicata alle energie maschili e primordiali di Kernunnus, il Signore della Caccia Selvaggia. Si penetra in questa parte del Tempio, varcando un portale sui cui battenti sono incisi, da un lato un rosso Drago di Fuoco e dall'altro un verde Drago d'Acqua, che insieme salutano il ritorno alle Energie Sacre che governano le pulsioni corporee. Sull'altare e alla parete sono posti palchi di corna ramificate, a simboleggiare la parte selvatica che tutti possediamo e che spesso grida per trovare posto nella nostra società edulcorata e patinata, dove l'espressione naturale del sentimento viene scoraggiata e compressa, salvo poi farla esplodere in devianze come la pornografia, la violenza sulle donne, la mercificazione del corpo femminile e la pedofilia.
Diametralmente opposta al Santuario di Kernunnus, si trova invece la nicchia dedicata alla Dea, alle energie femminili, al potere dell'intuizione e dell'Amore.
Mi siedo ad osservare il dipinto della Dea – che forse è la Madonna dei Cattolici – il cui sguardo pare seguire ogni mio movimento e scavare dentro al mio cuore in profondità fino a raggiungere ciò che davvero sono. Le sue labbra sono piene e sensuali, eppure ora ho la netta sensazione di vederle sottili e distese in un sorriso, che scopre denti candidi come perle e disegna piccole rughe di saggezza, agli angoli degli occhi castani. La penombra non consente una visione nitida, ma vedo quei particolari non con gli occhi della mente, ma proprio con i miei occhi fisici, anche se "so" che si tratta probabilmente di un'altra suggestione. Eppure sono certa che non si tratti di immaginazione. Forse è un effetto ottico, perché anche altri narrano di avere avuto la medesima percezione visiva. Forse il dipinto è un artefatto "trompe-l'oeil" e per questo ci appare mutevole ed indefinito fintanto che non fissiamo lo sguardo su un particolare dettaglio. Suggestione? Chissà! Qui, dove tutto è possibile, forse anche un quadro che si muove è normale!
Dalle mie stesse ceneri, se muoio, rinasco!

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Re: VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

Messaggioda Sianna » dom 7 ott 2012, 14:58

Le tue parole sanno come condurre, silenziosamente e in maniera molto personale ed intima, il lettore all'interno di questo tuo viaggio. Mi piace molto leggere quanta vita e quanta energia è passata dalla tua mente direttamente alla tastiera e poi alla carta virtuale. Le parti poetiche poi sono davvero vive, pulsanti, arrivano direttamente al cuore.
Non ti fidar di me se il cuor ti manca
poichè in me bivalente danzano dolcezza e crudeltà
odio e amore


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Re: VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

Messaggioda Hashepsowe » lun 8 ott 2012, 22:07

IL TOR
Il vento trasporta e scompiglia
nuvole pazze di luce dorata.
Lo spirito d'antica memoria,
riflesso di luna d'argento specchiata
a volo di corvo cavalca l'aria,
Struggenti le note di pive lontane
scandiscono il passo di chi ritorna
sull'orme d'antichi guerrieri e dame.
Il Tor che ha visto la neve e il disgelo,
in albe di nebbia e tramonti infuocati,
silente osserva lo scorrer dei giorni.

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Nuvole pazze si rincorrono nel cielo, come Draghi d'Aria pennellati di polvere dorata, con sprazzi di turchino, là dove si aprono per lasciar scorgere il colore del giorno.
Le note di una cornamusa accompagnano la lenta salita di figure vestite con lunghe tuniche bianche, verdi e azzurrate, talvolta strette in pesanti mantelli per difendersi dal vento che cavalca i Draghi. L'effetto è davvero suggestivo e chiunque ci guardi ha l'impressione di essere tornato indietro nel tempo, a ripercorrere le tracce degli Antichi.
La collina del Tor domina la pianura circostante, ma sembra quasi di trovarsi sul tetto del mondo. Dall'alto, il panorama spazia su campagne verdi a perdita d'occhio, a tratti interrotte da case piccole come ninnoli di porcellana. Le mucche, che pascolano placide sulle pendici, osservano indifferenti la variopinta folla che si va radunando sotto alla torre.
In cima alla scalinata, due druidi ci aspettano sorridendo: ciascuno sorregge un bastone, che incrocia a quello dell'altro, formando il Portale che simboleggia il passaggio dal mondo della materia a quello dello spirito. Varcandolo provo un sentimento di profonda connessione con tutti gli elementi e gli esseri del creato. Mi sorprendo a guardarmi intorno, meravigliata e commossa, ed è come se, dopo un lungo viaggio, una parte di me fosse tornata finalmente a casa.
Siamo qui per onorare il ciclico fluire delle stagioni, che scandiscono la gestazione e la germinazione, la fruttificazione ed infine il riposo della Terra.
Siamo qui per tornare a connetterci con Madre Terra, che nutre e sostiene gli esseri di ogni specie e razza.
Siamo qui per ritrovare gesti perduti che smuovono energie di Pace ed Amore.
La mia parte razionale tace e non osa neppure prendermi in giro per l'ingenuo entusiasmo che provo, al cospetto del Tor. Così come non c'è alcuna burla negli occhi dei turisti, che ci seguono e ci fotografano, lieti di avere l'opportunità di assistere ad un evento speciale e di essere in qualche modo calati in un'atmosfera, che aggiunge ulteriore suggestione al fascino del luogo.
Il Cerchio che si forma ai piedi del Tor è assai più grande del previsto, dacchè oltre ai membri dell'OBOD comprende un ingente numero di spettatori, che vengono accolti con un sorriso dagli organizzatori della manifestazione: in fondo, non stiamo facendo nulla di segreto e chiunque voglia sentirsi parte integrante del cerimoniale è il benvenuto!
Ancora una volta sono colpita dall'incredibile senso dell'umorismo dei Britannici, che riescono ad affrontare con ironica serenità qualsiasi contrarietà, compreso il rovesciarsi di un'improvvisa pioggia battente, proprio nel bel mezzo del rituale. Sicuramente gli Inglesi sono abituati ai repentini scrosci d'acqua, ma il loro spirito di adattamento è comunque grandioso!
Ecco quindi che le auliche invocazioni al sole, che in tempo di solstizio raggiunge il suo massimo fulgore, si trasformano in una simpatica burla, ben lungi dai toni seriosi e cattedratici, a cui ci hanno abituato i cerimoniali delle grandi religioni. Anche la pioggia è benvenuta e gli attori del rituale interagiscono con essa, con abilità da cabarettisti consumati.
La naturalezza dei gesti e delle parole crea un clima di spontanea allegria, che coinvolge tutti, senza alcuna distinzione. Siamo tutti correlati e tutti egualmente connessi alla Terra, ma possiamo esserlo anche con il sorriso sulle labbra, senza dover necessariamente rinunciare alla naturale gioia di vivere che è insita nel profondo di ogni essere.
Via i sensi di colpa e le recriminazioni: siamo responsabili delle nostre scelte e gli errori ci servono per imparare!
Stupendo!
Il canto dell'Awen conclude il rituale ed è bello sentire come le nostre voci si intrecciano in un'unica armonia, pur partendo da note e tempi diversi, con diverse modalità di interpretazione del ritmo.
Il Tor ascolta e la pioggia fa il controcanto.
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Re: VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

Messaggioda Hashepsowe » ven 12 ott 2012, 11:55

EISTEDDFODD LA FESTA BARDICA

Per concludere degnamente una giornata così ricca di emozioni e profondità, è d'obbligo un sontuoso banchetto, magari corredato da un simpatico intrattenimento teatral-musicale e naturalmente da balli e danze.
Stasera la Town Hall è parata a festa per accoglierci e lunghe file di tavole imbandite sono allineate lungo le pareti e al centro della sala. I convitati sono tirati a lustro, con abiti di taglio antico oppure moderno, a seconda delle preferenze individuali.
Non ci sono posti fissi e ognuno siede dove trova posto; numerosi vassoi ricolmi di squisiti antipasti sono a disposizione dei commensali e, in una stanza accanto a questa, è allestito un ricco buffet, comprensivo di vini e altre bevande, da cui tutti si possono servire liberamente. Il cibo è gustoso ed abbondante, prevalentemente vegetariano, con i gusti forti e speziati tipici della cucina orientale, che personalmente apprezzo assai.
L'etichetta comunemente seguita da tutti è proprio… l'assenza di obblighi e pregiudizi, nel libero arbitrio che s'usa tra persone che comunque rispettano l'altrui diritto al proprio sacro spazio.
L'idromele che ci viene servito a fine pasto è una vera delizia per il palato e predispone nel migliore dei modi ad accogliere con allegria lo spettacolo di intrattenimento che segue.
Siamo in Inghilterra, terra che diede i natali a Shakespeare, e non c'è da soprendersi se persino la sala principale del Municipio può vantare la presenza di una struttura teatrale con tanto di palcoscenico e sipario!
E' su quello che si alternano i bardi che hanno scelto di esibirsi stasera, chi con la danza e chi col canto, chi con la musica e chi declamando poesie, chi con un racconto e chi con divertenti divagazioni dialettiche. Ogni Bardo ha a disposizione un quarto d'ora per donare agli altri la propria arte.
Semplicità ed allegria, arte che è pura ricerca di una condizione in cui creatività e fantasia siano libere di esprimere un potenziale di guarigione per la mente, troppo spesso assillata dalla frenetica corsa al conformismo a cui gran parte del genere umano non sa o non vuole sottrarsi.
Tocca alla magica arpa del mio amico il compito di aprire la serata, trasportandoci nel magico mondo della perduta Ys (l'Atlantide della mitologia bretone, n.d.r.). E' poi la volta di una splendida danzatrice del ventre che, abbigliata come una farfalla, disegna con il corpo linee di ipnotica seduzione. Un uomo e una donna suonano e cantano insieme le antiche ballate celtiche. Non manca l'ilarità, che una delle associate dell'Ordine suscita ad arte recitando alcuni brani tratti dal suo libro umoristico. E non manca la poesia, che molti declamano, con enfasi e trasporto, toccando il cuore di chi ascolta, in un'alternanza di commozione e meraviglia.
Qualcuno racconta e nel breve spazio del suo tempo trasporta gli astanti nel mondo incantato delle Leggende.
Dopo una breve pausa, si parte con le danze, allietate da un gruppo di suonatori irlandesi, che scatenano i corpi nei più frenetici ritmi del rheel.
La stanchezza e la mancanza di sonno pretendono però il loro tributo dal mio corpo, che fatica a rimanere in giro, nonostante il chiarore diffuso di un ora che ancora non è tarda. Tento di riscuotermi dal torpore, aggirandomi nel salone a salutare questa o quell'altra persona conosciuta, ma proprio non mi riesce di trovare energie sufficienti a lasciarmi andare alle danze.
Nel chiarore tenue di una sera che tarda a divenire notte (siamo nell'emisfero Nord e la luce dura più a lungo rispetto a quanto non faccia alle nostre latitudini: non è proprio il sole di Mezzanotte, ma poco ci manca!), mi avvio verso il Pippin in compagnia della mia socia di stanza.
Non sono però l'unica a pagar pegno alla stanchezza poiché quando l'altra nostra giovane vicina di camera ci raggiunge al B&b basta una parola per precipitare la situazione in un momento di tensione da tagliare con il coltello. Il tatto è merce rara, la stanchezza non aiuta a trovare lucidità necessaria ad esprimerlo e la cocciutaggine fa il resto.
Ma domani è un altro giorno e l'alba ci vedrà a Stonehenge, che è per me la realizzazione di un sogno.
E domani voglio approfittare dell'occasione per mescolarmi agli anglofoni!
Sono ciò che gli altri vogliono vedere in me!

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Re: VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

Messaggioda Hashepsowe » lun 15 ott 2012, 22:02

STONEHENGE
Conosco i Guardiani
d'Antica Memoria.
Li sfioro con mani
vibranti di gloria.
Gracida il Corvo
parole ancestrali:
saluta il ritorno
dei druidi e dei bardi.
La pietra sorride,
di sbieco mi osserva,
nel morbido abbraccio
di lacrime arcane.
Se cerco nel gorgo
chiarezza d'intento,
la Quercia risponde,
l'Ovate mi chiama.
Qualcuno già ascolta
nell'alba sospesa.

Immagine

Strano risveglio di corse a perdifiato, nella pioggia battente, attente a non scivolare sul freddo selciato. Gli ultimi trambusti della notte scorsa ci hanno offuscato la mente, tanto da farci scordare di mettere la sveglia!
Meno male che l’unica saggia tra le abitanti del Pippin, si è premurata di svegliare le altre… mezz'ora prima dell'orario convenuto.
Mezz’ora per usare in due l’unico bagno, vestirsi e precipitarsi , dall'alto della nostra posizione decentrata, giù per la collina fino alla piazza principale di Glastonbury. Miracolosamente riusciamo a raggiungere la corriera, mentre già le ruote si muovono pesantemente sull'asfalto fuori dal parcheggio. No! Sta andando via.
La ragazza accelera, per quel che posso anch'io, gridando disperatamente alla corriera di fermarsi. La terza rimane indietro e pure io non riesco a reggere il ritmo della falcata che mette le ali ai piedi della rossa, ma lei accelera ancora e infine riesce a farsi scorgere dall'autista che si ferma e ci lascia salire.
Un lungo sospiro di sollievo mi accompagna sul sedile: i polpacci e le caviglie mi mordono, ma sono grata alla giovane baldanza fisica della rossa, che con caparbia determinazione ci ha guidate all’arrembaggio. Grazie amica: senza di te non so come avremmo fatto a raggiungere gli altri!
L'alba accende l'oriente, mentre viaggiamo verso Stonehenge: la luce regna sovrana in questa parte dell'anno, quando la notte tarda a venire ed il giorno ha fretta di aggiungere le sue pennellate cremisi alle nubi gonfie di pioggia.
Non cessa, la pioggia, neppure un istante, ma il pesante mantello di lana, che mi avvolge dalla testa ai piedi, fa egregiamente il suo lavoro.
ImmagineStonehenge si erge dinanzi a me, in tutta la sua imponente maestà: il clima è crepuscolare, ma l’accoglienza delle pietre è benevola come un abbraccio. I corvi osservano dall'alto dei megaliti, di tanto in tanto gracchiando un beffardo saluto all'indirizzo dei fradici umani che si ostinano a celebrare il ritorno dell'estate!
Davanti a me, a portata di passo, nel verde umido dell'erba, si staglia una penna nera con sfumature blù notte: la raccolgo e ringrazio lo spirito del Corvo per questo dono, che evidentemente aspettava proprio me, poiché altri sono passati prima, senza scorgerla.
Prima di entrare nel Cerchio, ci raduniamo in corrispondenza delle Quattro Direzioni, per rivolgere il saluto rituale agli spiriti dell'Est e dell'Aria, del Sud e del Fuoco, dell'Ovest e dell'Acqua, del Nord e della Terra.
Entriamo, passando attraverso il portale di un dolmen, per poi disporci a ridosso dei megaliti, in cerchio nel Cerchio, frammenti di storia, nella Storia infinita dell'Universo.
Senza esitare, trovo il mio posto, accanto ad uno dei monoliti interni: la pietra mi mostra un volto ammiccante, mi invita a toccarla, comunica con me attraverso la percezione tattile delle mie dita.
Mi appoggio, cercando un contatto con le spalle e non percepisco freddo né distacco, ma piuttosto la morbida protezione di una madre antica.
Alla mia sinistra, un ragazzo inglese condivide l'abbraccio del medesimo menhir, alla mia destra, poco distante, una donna, anch'essa britannica.
Sia pace alle Quattro Direzioni e al Centro e tra noi. Un Druido traccia nell’aria il perimetro della circonferenza, traslando il Cerchio oltre il confine tra la veglia e il sogno.
Un Respiro per la Terra che ci sostiene, un Respiro per il Cielo che ci copre, un Respiro per il Mare che ci circonda.
Le voci di tutti si uniscono nell’invocazione rituale. Le Quattro porte del Solstizio d’Estate vengono aperte, mentre fioriscono le battute all'indirizzo del "sole", che rifiuta di presenziare alla celebrazione in suo onore.
ImmagineAl termine di questa fase, colui che impersona il Re della Quercia si porta al centro dello spazio sacro: indossa una tunica bianca e in testa ha una corona di rami frondosi . Con voce stentorea e pronuncia pulita, scandisce un elogio ai frutti della terra, narrando storie di giorni in cui parole come Amore, Giustizia e Fratellanza non suoneranno vuote e vane, ma saranno espressione di valori universali e da tutti condivisi.
Le profonde radici del passato mi radicano alla terra che mi sostiene, al pari della roccia alle mie spalle.
C'è una nuova consapevolezza, nel tempo che viviamo: avverto il tocco delle sue dita, leggere di speranza, che si protendono a dischiudere le coltri grigie dell'incoscienza, sollevando, con gesto lento ma deciso, il velo che ha accecato l’umanità, nel recente passato.
Il Re Quercia depone simbolicamente la sua corona ai piedi dei menhir, mentre un silenzio sospeso rieccheggia il suo invito a farla passare di mano in mano, per dare a ciascuno dei presenti la possibilità di formulare un desiderio, un proposito, un intento.
I minuti trascorrono lenti, poiché numerose sono le dita che si dischiudono intorno alle foglie roride di pioggia, ma infine mi raggiunge. Socchiudo gli occhi e respiro brevemente il profumato aroma delle fronde, per poi pronunciare a voce alta la mia invocazione: chiarezza di intenti ed energia creativa.
Il canto dell’Awen ci trova “cuore a cuore, mano nella mano”, come recita la formula di chiusura: è una ridda di voci che si levano senza un filo armonico apparente, per poi fondersi in un’unica, possente armonia, che rimbalza tra i dolmen e i menhir, trovando, nel gracchiare dei corvi e nel sommesso ritornello della pioggia, gli strumenti atti a scandire il ritmo della melodia.
L’eco dell’ultima nota vibra a lungo nell’aria, sottile come le gocce di pioggia che continuano a lavare l'intero sito.
Quando infine il Cerchio si scioglie, si rinsaldano i legami tra le persone e con stupore mi ritrovo stretta nell’abbraccio del mio vicino di sinistra, che di slancio si è aperto a cercarmi.
Scambiamo un lungo sguardo e poche parole, per non turbare l’intensità del momento. Le pietre già parlano di noi e per noi, che abbiamo condiviso, nel qui e ora di questo Cerchio, la protezione del medesimo Guardiano.
Le differenze si incontrano e ciascuno riceve un dono importante dall’altro!
Una foto per ricordare ciò che è già indelebile memoria.
Un’altra foto per stringere il nodo di una nuova Amicizia.
What’s your name? Hi Triss, thank-you for sharing with me this experience!
Blessed be!
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Re: VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

Messaggioda Hashepsowe » sab 27 ott 2012, 18:51

CHIUSURA E SALUTI
Negli occhi ancora aleggia l'immagine dei menhir e dei dolmen, che dividono la linea dell'orizzonte, separando la terra dal cielo, in un continuum di dimensioni sovrapposte, che, nel vortice infinito del Calderone, hanno attraversato il tempo e lo spazio, cavalcando gli eoni per unire il passato al futuro.
Le sedie sono disposte in file concentriche, che disegnano un Cerchio intorno alle pareti della Town Hall: il momento dei saluti si appressa, ma ci sono ancora momenti preziosi da condividere insieme ed un lungo Viaggio ci aspetta, cullati dalla struggente melodia dell'Arpa, che veste le parole ipnotiche e suadenti di Philip Carr-Gomm che, prima di accomiatarsi dai convenuti, fa ricorso a tutta la sua bardica maestria per donarci una Storia, un Viaggio e una Speranza.
Il Racconto affonda le radici nel remoto passato, tra le nebbie di Avalon, là dove Merlino e Morgana han disegnato i confini tra la Storia e il Mito e intessuto di mistero il Destino dei mortali.
Gli spiriti di guerrieri, maghi, unicorni, fate, folletti e draghi, evocati dall’Arte bardica, si materializzano in un pulviscolo di luce dorata e lentamente sfilano davanti a noi mescolandosi agli attori che guidano il nostro sogno lucido.
Artù, Erede del Pendragon, unisce Cielo e Terra, col braccio levato a brandire la spada che viene dal cielo, forgiata nel fuoco del Drago e temprata dall'Acqua benedetta della Fonte di Brocéliande, nella lontana Bretagna, la patria di Merlino e della Dama del Lago.
Fintanto che il Re mantiene la Promessa di Giustizia, la Terra germoglia, produce frutti e saluta il suo passaggio con corolle di petali, che danzano lievi nel vento.
Ma l'Inverno reclama la parte Oscura dell'Anno e il sole si tuffa nel ventre della terra, in un'orbita di luce, che appare breve come il battito del cuore. Il Re giace, tremante e annichilito, sotto alla rigida coltre della Neve, mentre i dodici Cavalieri cercano per lui la sola medicina che può guarire lui e la terra: il sangue sacro del Graal.
Cavalcano a lungo, gli impavidi guerrieri, ma a nulla valgono l'onore e l'ardimento, contro il tridente del Custode della Sacra Fonte che sgorga dalla terra, nel ferro che arrossa l'acqua come sangue.
La Tradizione di Giuseppe d'Arimatea si confonde con il Mito del Re Pescatore.
Le acque di due Fonti lontane si mescolano per dar nuova vita al Mabon che, al pari della terra, risorge dal letargo.
Oggi le acque si incontrano di nuovo: quella della Fonte di Brocéliande, portata a Glastonbury dalla lontana Bretagna, trova l'abbraccio rosso e ferroso della Red Spring spillata dal Chalice Well, che scorre nel ventre gravido della Collina del Tor. La Coppa e la Spada ritrovano l'unione: il Dio si unisce alla Dea, Excalibur al Graal.
La Terra è benedetta dall'unione delle due acque e promette messi in abbondanza, per sfamare le bocche avide che si protendono a bere.
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Una goccia mi raggiunge, destandomi dal torpore ipnotico indotto dall'arpa e dalla voce di Philip. Sorrido: è tutto vero! La terra fiorisce a nuova vita, sotto al tocco vivificante del filtro ricavato dall'unione degli opposti. Dalla coppa, che li raccoglie insieme, una Druidessa asperge i presenti, con gocce di lucente energia.
Questa volta il nostro canto dell'Awen è sostenuto dall'Arpa e vibra d'infinito nella voce e nella mente, nell'aria e nell'etere, ad ali spiegate come un'aquila che si innalzi verso le più pure e incontaminate vette del suono, quasi a cercare la luna e le stelle, amiche che accendono la notte e cullano i sogni dei mortali.
Gli spiriti luminosi sfilano davanti ai nostri occhi, radunandosi al centro del Cerchio dove lentamente svaniscono insieme alle note dell’Awen, evaporando nell’aria ancor vibrante di suoni.
Quando anche l’ultima eco si disperde nell'atmosfera, è tempo di sciogliere il Cerchio, abbracciare i vicini, parlare con loro, per condividere impressioni e pensieri sui due intensi giorni vissuti insieme.
Ho la ventura di incontrare uno scozzese simpaticissimo, che mi parla della bellezza di Edimburgo, al confine con i Laghi, ai piedi delle Highlands; lo ascolto e mi lascio trasportare sulle rive del Ness, nella bruma che forse cela il famigerato mostro, tanto caro al cuore (ed alle tasche, che turisti e curiosi non mancano mai di riempire) degli scozzesi!
E' tempo di scambiarsi indirizzi, altri abbracci, sorrisi.
Il mio amico di Stonehenge mi viene incontro a braccia aperte: si chiama Triss Morgan e mi saluta dicendo che mi ringrazia per le cose che – senza saperlo – gli ho trasmesso: gioia ed amore per la vita e quella capacità di esprimere i sentimenti tipica degli Italiani. Ricambio il suo sorriso, dicendomi onorata di aver condiviso con lui il rito di Stonehenge. Sono commossa e stupita per le sue parole, che scavano un solco profondo nel disagio che spesso provo nei confronti dei miei connazionali: non nutro una gran stima per il popolo ineducato e caotico, di cui – mio malgrado – faccio parte.
Fino ad oggi, sono sempre stata ciecamente attratta dall’Erba dei vicini, senza accorgermi di quanto fosse verde e morbida quella del Paese in cui vivo! Dovrò rimediare nel prossimo futuro e anche di questo devo ringraziare il mio amico Triss nei cui occhi ora mi rispecchio per un ultimo abbraccio.
“Non ti dimenticherò” mi sussurra ancora all’orecchio prima di staccarsi da me per apprestarsi a partire.
Neppure io potrò mai dimenticare questi momenti, rifletto, mentre lo guardo allontanarsi.
Il raduno è finito, ma noi Italiani abbiamo ancora tempo: tutto il pomeriggio e la sera e domani mattina, dacchè il nostro volo parte da Londra domani sera.
C’è tempo di approfittare degli avanzi della festa, disposti a buffet nell’attigua saletta, e a ben pensarci ho giusto un certo appetito.
Mi accosto al banco dell’idromele, ma lo vendono soltanto in bottiglia; egualmente domando di poterne pagare una razione singola, spiegando che il viaggio in aereo non mi consente di trasportare alcoolici (a meno che non provengano dal duty free dell’aeroporto): lo scozzese sorride e mi chiede se preferisco quello secco o quello dolce, poi ne colma un bicchiere e me lo offre con galanteria, contravvenendo allo stereotipo che vuole gli scozzesi parsimoniosi al pari dei miei concittadini genovesi!
Prima di fare ritorno al Pippin, faccio anche provvista di libri, nutrimento per la mente e sale per lo spirito… magari un giorno mi diverto a tradurne qualche passaggio!
Sono ciò che gli altri vogliono vedere in me!

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Re: VIAGGIO AD AVALON SENZA RITORNO

Messaggioda Fenice_Ashura » gio 22 nov 2012, 1:46

L'ABBAZIA, IL PARCO E IL NOCE
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Tra gli archi a sesto acuto,
che rincorrono l’aria
e guglie ricamate
protese a indicare il Cielo,
il tasso centenario
ricorda il fuoco, l’acqua
e la spada del Re.
Il Noce osserva e freme,
nel vento di ponente,
bifronte creatura
dal duplice sesso:
petto invitto a levante,
grembo primevo a ponente.
Poi querce e ippocastani
mi accolgono nei viali,
tra laghi di ninfee
e scoiattoli allegri.
Non si mostra il timido Tasso:
si muove cauto,
ma scava solchi fondi,
portando rovina apparente.


Ken Follett, nei suoi splendidi romanzi “I Pilastri della Terra” e “Mondo senza Fine”,.ha magistralmente fatto rivivere gli scorci di Storia consumatisi tra i pinnacoli e gli archi a sesto acuto dell’Antica Abbazia di Glastonbury, ma per quanto bravo sia stato a tratteggiare l’atmosfera cupa del medioevo e lo slancio aggraziato delle cattedrali gotiche, non ha reso giustizia all’incanto che si respira in questo luogo, in cui secondo la tradizione riposano le spoglie mortali di Artù e Ginevra.
Forse non ci sono parole adeguate, capaci di far “vedere” con gli occhi della mente l’incanto dell’erba morbida che calpesti, i profili diroccati degli edifici spruzzati qua e là, come acquarelli sfumati sul prato verde brillante, i profumi degli alberi e della terra dopo la pioggia, i suoni sommessi delle fronde smosse dal vento, il frullo delle ali dei passeri e le zampette rapide degli scoiattoli che si rincorrono sui tronchi e sull’erba.
Credevo di visitare le rovine dell’Abbazia, ma non avevo tenuto conto della vita sontuosa degli alberi e del brulicare di animaletti tra i rami. Non sapevo, invero, che il parco che circonda le rovine potesse vantare una sì avvincente energia di seduzione.
La sento vibrare intorno ad ogni passo, forte più che mai in prossimità della siepe che separa la zona ad erba rasa da quella simile alla brughiera selvaggia; di quando in quando, tra i rami della siepe, si aprono cunicoli che consentono di passare da una parte all’altra. Nella parte selvaggia, c'è un biancospino sacro, che rievoca quello piantato dallo stesso Artù in questo luogo: per questo i suoi rami sono adornati con nastrini colorati e ghirlande. L’erba fuori dai viali è alta e bagnata, cosa che mi sconsiglia di inoltrarmi fino alle romantiche panchine, sormontate da pergolati di rami, sotto ai quali è facile intuire le tenerezze scambiate attraverso i secoli, dalle innumerevoli coppie di innamorati che hanno qui sostato, in cerca di intimità al riparo dagli occhi indiscreti della gente.
Riattraverso il passaggio frondoso e torno a percorrere le vie curate da abili mani di giardinieri.
Il vento ora soffia con decisione, tenendo a bada la pioggia che finalmente smette di cadere.
Cammino tra i viali, cercando di catturare qualche immagine con il telefonino, visto che la batteria della macchina fotografica si è scaricata e non ho qui con me il caricabatterie.
Ma le immagini più belle le porto impresse nel cuore, insieme al ricordo delle sensazioni che nessuna parola e nessuna immagine, per quanto perfetta sia, saprebbe mai rappresentare.
L'effetto acquarello sfumato che permea l'aria crea effetti di luce strani, che mostrano differenti colorazioni nelle foglie del medesimo albero, a seconda dell'angolazione da cui lo si guarda.
ImmagineIl Noce mi stupisce: il suo richiamo è potente a tal punto da offuscare quello più giovane della Quercia che ha di fronte.
Non lo noto io per prima, ma sono certa che non mi sarebbe stato comunque possibile tirar dritto senza incontrarlo.
Egli è uno spirito molto, molto, molto antico e saggio. I suoi nodi di corteccia hanno visto molte spade di guerrieri sorgere dalle nebbie, levarsi in battaglia, per poi tornare ad ammantarsi della gloria silenzionsa spettante agli eroi defunti.
Mi chiama, lo abbraccio e subito sento in lui una natura duplice che mi sorprende. Scivolo nel suo gorgo di corteccia scura, mi lascio risucchiare dal vortice del labirinto che giace sotto alle sue radici, dove apro con facilità porte che credevo sigillate. Percepisco il suo sguardo nodoso che mi osserva, scrutando nel più profondo del mio abisso personale, cercandovi l'autenticità dell'essenza. Si… sento la linfa matura e forte che scorre nel suo tronco dritto, avverto lo sguardo dei suoi occhi beffardi e insondabili. E avverto il maschile forte e protettivo che è in lui… eppure non è tutto. Non sono certa di quel che mi pare di aver compreso, ma metto a tacere la mente e torno ad ascoltare la duplice essenza, in cui sono presenti in egual misura il maschile e il femminile. Quest'albero ha due sessi distinti, che convivono nel medesimo corpo: non è ermafrodita, ma a tutti gli effetti maschile e a tutti gli effetti femminile!
Quando infine mi distacco dall'abbraccio e giro intorno al suo tronco per prendere congedo, ho la conferma delle mie intuizioni: la parte posteriore del tronco presenta, oltre ad un bel paio di mammelle rotonde, alcune caratteristiche molto particolari, che affermano contro ogni ragionevole dubbio, la femminilità dell'albero; la parte inferiore forma una vasca in cui si raccoglie l'acqua piovana: un vero e proprio grembo materno che alloggia il liquido amniotico da cui traggono vita e nutrimento le creature ospitate tra le sue frondose chiome.
Lo sapevo che era duplice!
Ciononostante sono, se possibile, ancor più meravigliata, nel realizzare che le cose che mi attraversano la mente non sono frutto di fantasia: sto cominciando a stabilire una vera comunicazione attraverso il linguaggio del cuore… un linguaggio che non si esprime a parole, ma con gesti e sensazioni, piccoli fremiti e vibrazioni.
Il Viaggio fantastico attraverso l'incantato mondo della natura prosegue, nel vento e nelle fronde di quercie e ippocastani che si protendono a sfiorarci, per chiamarci al loro gioco, fatto di fughe e ritorni, dondolii e strappi, carezze e schiaffi, in una sarabanda di azioni e interazioni, che tessono una danza tra rami e mani, tutt'altro che casuale.
In un immenso prato verde, scorgo in lontananza un gruppetto di oche cinesi: mi dirigo cautamente verso di loro con l'intenzione di scattare una foto, sperando di non spaventarle,. Ma non appena metto piede sul prato e muovo i primi passi in direzione delle oche, sono esse stesse a corrermi incontro, curiose e speranzose di trovare in me una fonte di cibo extra. Sono animali simpaticissimi e non riesco ad impedirmi di risponder loro "a modo mio", allacciando una specie di conversazione botta e risposta, da pari a pari!
Per nulla intimiditi dalla mia presenza, gli animali continuano a seguirmi per un po', talvolta protendendo il collo fino a sfiorare con il becco le mie dita, senza aggressività, in cerca di cibo.
Il laghetto è una piccola oasi di pace, circondato da siepi di caprifoglio profumato: è facile sedersi qui e perdere la nozione del tempo, immergendosi nella contemplazione della natura. Le acque placide sono percorse da fremiti improvvisi, quando le bocche dei pesci si spalancano a fil d’acqua per inghiottire un insetto. Alle mie spalle altri sommessi fruscii rivelano scoiattoli che si rincorrono sugli alberi e sui prati.
Mi inoltro poi in uno dei vialetti laterali, dove altri alberi mi chiamano ad interagire: scopro spirali incise nella corteccia di un ippocastano. Mi soffermo davanti ad esso, domandandomi se quei simboli siano fioriti spontaneamente sulla sua corteccia o vi siano stati intagliati dalla mano dell’uomo. La mia sosta si prolunga, mentre mi perdo nella contemplazione dei rami contorti, che raccontano una vita lunga e non sempre serena, tormenti visti e vissuti che non hanno però sottratto bellezza allo spirito arboreo che qui dimora: suadente incantatore, satiro sapiente, che con la malia di suoni d’aria e di terra avvince il passante che ha scelto di riposare all’ombra dei suoi rami. Talvolta racconta il futuro, talaltra il passato, ma non si inganni il credulo, poiché non è facile distinguere un fotogramma dall’altro e ancor meno comprendere a quale parte della linea del tempo appartiene.
A fatica mi distolgo da quel legame, per proseguire la mia esplorazione. In prossimità delle mura, dove la vegetazione del sottobosco è più fitta, una porzione del terreno risulta spoglia e costellata da buche profonde, che subito mi richiamano alla mente l’immagine di uno dei miei animali totem: il Tasso. Difatti, poco più avanti, un cartello spiega che si tratta proprio delle tane di questi simpatici animali, specie protetta che non di rado crea disagio e danno al “civile” sistema dell’uomo. Quelli che qui dimorano rischiavano addirittura di distruggere le mura dell’intero complesso abbaziale, le cui fondamenta erano seriamente a rischio a causa dei loro scavi. L’ente preposto alla custodia del sito ha dovuto penare non poco per convincere pacificamente i “graziosi animaletti” a rinunciare ai loro sterri tra le vestigia!
Ridacchio, pensando a quanto evidentemente questo mio totem possa tornare utile nella mia vita quotidiana: in qualche modo sono anch’io una “specie protetta” e come tale posso talvolta approfittarne per mettere in crisi un sistema in cui non intendo integrarmi!
Come il tasso, ho una capacità innata di creare guai, ma riesco quasi sempre a proteggermi dalle ritorsioni (spesso violente e devastanti) degli innumerevoli nemici che mi capita di collezionare, grazie all’impenetrabile barriera di candida innocenza dietro alla quale solitamente mi riparo. Talvolta i nemici sono tali perché, con giusta ragione, inconsciamente li respingo, talaltra, invece, le cose poi si aggiustano semplicemente ignorandoli.
Ridacchiando tra me, proseguo il mio giro: e così oggi ho finalmente fatto pace con questo mio pesante alleato, che in passato mi ha fatto soffrire per la mia goffa tendenza a fare danni non appena mi muovo, inconsapevole di quello che ho intorno e incurante degli altri: devo comunque lavorare per acquisire maggiore consapevolezza dello spazio in cui mi trovo, ma finalmente sono pronta anche ad accogliere la medicina del tasso, cercando di farne uso soltanto quando serve.
E’ l’ultimo straordinario regalo del mio soggiorno inglese!
Domani non avremo troppo tempo da trascorrere in giro, perché l’autista ha preteso di farci anticipare la partenza di due ore, con la scusa del traffico londinese che potrebbe farci troppo ritardare. Di fatto nessuno ci crede, ma non possiamo rischiare di perdere il volo e ci dovremo rassegnare a trascorrere almeno due ore e mezza in aeroporto. Stasera cena con tutto il gruppo italiano e domani all’una ci si muove da Glastonbury.
ImmagineMa, adesso, sono ancora nel parco dell’antica abbazia di Glastonbury, da cui lentamente prendo congedo, sostando ancora qualche minuto davanti ai vetusti tassi che fiancheggiano il lato nord delle rovine.
Poi, mentre i miei passi si dirigono lentamente all’uscita, torno a riflettere sulla medicina del tasso: il tasso animale e il Tasso albero, poiché entrambe mi appartengono, dal momento che, per una si quelle strane coincidenze che non avvengono mai per caso, l’oroscopo druidico degli alberi associa il tasso ad un solo giorno, nell’intero ciclo dei 12 mesi: il 22 Dicembre, giorno in cui sono nata!
Il tasso ritorna… e l’airone bianco segna il tempo della rinascita.
Dalle mie stesse ceneri, se muoio, rinasco!

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